L'IMPIANTO DEL VIGNETO

VOCAZIONE VITICOLA DEI TERRENI
La vite manifesta una plasticità edafica notevole, in quanto prospera in quasi tutti i terreni. I migliori risultati quali-quantitativi richiedono, tuttavia, l’esclusione di certi terreni anomali e l’abbinamento appropriato tra caratteristiche pedologiche, obiettivi e vitigni. Nei terreni poveri si ottengono vini ricchi.
Sulla base della millenaria esperienza viticola si ritengono impropri alla vite i seguenti terreni:
• Eccessivamente umidi (ristagni idrici, falde superficiali, in genere asfittici);
• Troppo pesanti (compatti, umidi d’inverno, con argilla superiore al 45-50%);
• Molto calcarei (con contenuto di calcare attivo superiore al 40%; molti portinnesti non resistono oltre il 20%, specie in terreni argillosi, nei quali vanno soggetti alla clorosi ferrica, per la quale sono importanti anche eventuali ristagni d’acqua e il pH che non dovrebbe essere superiore al valore di 8,5);
• Troppo salati (per eccesso di cloruri, che non dovrebbero superare 1‰; solo la vite europea franca di piede può sopportare livelli dell’ordine dell’ 1,5-2‰);
• Eccessivamente superficiali (con strato esplorabile dalle radici inferiore ai 70 cm);
• Con eccessiva stanchezza (dovute a tossine radicali della vite, ad esaurimento di sostanze nutritive, marciumi radicali, nematodi, ecc); per questi terreni l’impianto del vigneto dovrebbe essere procrastinato per almeno 4 anni.
Nell’impianto di un vigneto è senza dubbio prioritario conoscere, con la migliore approssimazione, l’esatta composizione minerale e fisico - meccanica del terreno che verrà utilizzato. Discriminante per la scelta del portainnesto è la conoscenza delle caratteristiche del terreno.


PREPARAZIONE DEL TERRENO PRIMA DELL’IMPIANTO
Lo scasso
Lo scasso totale prima dell’impianto è una pratica che si è sviluppata in modo generale solo dopo la ricostituzione post-fillosserica. Non è certamente una pratica indispensabile, se si pensa, per esempio, che in passato era invalsa l’abitudine di scavare trincee nelle quali mettere a dimora le giovani piante.
Lo scasso tradizionale consiste in una lavorazione profonda del terreno che sovente raggiunge il metro di profondità, specie nei terreni più argillosi.
Questa pratica agronomica consente di smuovere il terreno negli strati profondi, al fine di assicurare un buon sviluppo dell’apparato radicale alle giovani piante, e di ottenere il miglioramento ,in senso generale, delle condizioni di ossigenazione e idriche. Quanto sopra consente alle viti un’entrata in produzione più precoce e di assumere una configurazione morfologica favorevole alla loro longevità.
L’epoca migliore in cui effettuare lo scasso è il periodo estivo, quando il terreno è in tempera. L’esposizione al sole permette altresì di eliminare le erbe infestanti e di condurre ad una forte mineralizzazione dell’azoto. Se si effettua più tardi gli effetti sono meno completi.
Questa pratica, tuttavia, trova alcune limitazioni legate alla natura del terreno.
Infatti, in condizioni di scarsa stabilità del suolo è consigliabile praticare una rippatura preliminare alla profondità di 1 metro, in modo da smuovere e areare gli strati profondi senza però arearli, e successivamente eseguire un’aratura a circa 40 – 50 cm.
Dopo il lavoro di scasso si procede all’asportazione delle vecchie radici ed allo spietra mento.
Il drenaggio
Mediante questa pratica è possibile eliminare o attenuare i vizi collegati a fattori di natura climatica e pedologica compendiabili negli eccessi di umidità, che è possibile evitare con la costruzione di un sistema di fosse e canali che evacuino le acque naturali in eccesso.


LA PIANTAGIONE
È preferibile mettere a dimora le piante, fornite dal vivaista, nel più breve tempo possibile, onde evitarne la disidratazione parziale o peggio l’essiccamento. Per quanto riguarda l’epoca di piantagione dice un vecchio proverbio che “chi pianta in autunno guadagna un anno”, in quanto si sfruttano i due periodi di accrescimento delle radici. Un’altra buona epoca per la piantagione va dalla fine dell’inverno alla fine della primavera sia per le barbatelle innestate che per quelle franche. Queste ultime verranno innestate a dimora durante il periodo estivo (da fine luglio ai primi di settembre).
Due sono le tecniche seguite per la messe a dimora delle barbatelle:
1. Piantagione in buca;
2. Piantagione con forcella (ago).
Nel primo caso la messa a dimora delle barbatelle si fa in buche predisposte a mano o con la trivella.
Nel secondo caso si adotta “l’ago” (bifido all’estremità), con il quale si infigge la barbatella nel terreno dopo averla pressoché privata dalle radici.
Entrambe le tecniche prevedono, di norma, la potatura del tralcio a 2 – 3 gemme prima della messa a dimora. Dopo la piantagione, nei terreni sciolti e nei climi caldo aridi, sono richieste frequenti annaffiature.


N.B.: ad impianto eseguito, il punto di innesto deve essere sopra il livello del terreno al fine di evitare l’affrancamento.
La barbatella deve essere paraffinata nella parte emergente del terreno per evitare l’essiccamento della stessa.
Qualora per l’impianto si fossero impiegate barbatelle non innestate è necessario provvedere all’innesto in campo nei mesi di marzo aprile; il sistema più frequentemente adottato è quello a spacco pieno, talvolta a spacco laterale con marze a 2 gemme. Se si fa ricorso all’innesto alla maiorchina il periodo dell’esecuzione cade sul finire dell’estate. Questo innesto è comune al sud.


CLASSIFICAZIONE DEI PORTINNESTI
- Terreni compatti argillosi: “106-8” ma più recentemente si è diffuso il “779 P”.
- Terreno profondi, freschi, fertili di medio impasto, irrigui: “Kober 5BB” o “225 Ru”. Se non c’è molto calcare: “3309”, “101-14”, “Schwarzmann”; questi tre portinnesti hanno vigoria minore e, per l’Italia settentrionale, danno prodotti di maggiore qualità.
- Terreni aridi, argilloso – calcarei ma non troppo: “1103 P”.
- Terreni collinari un po’ più sciolti o terreni alluvionali di pianura: “775 P”.
- Terreni collinari o di pianura, aridi, abbastanza calcarei: “420 A”.
- Terreni argillosi, aridi d’estate, molto calcarei: “140 Ru”.
- Sabbie litoranee e di fiume: si può fare a meno dei portinnesti e utilizzare il franco di piede.

 

N.B.: i portinnesti vigorosi, al contrario di quelli a ridotta vigoria, sono causa si una maggiore e più prolungata attività vegetativa, maggiore produzione per ceppo, minore accumulo di zucchero e componenti nobili nelle bacche e in genere di un peggioramento qualitativo, favorito anche da possibili attacchi di Botrytis Cinerea in seguito all’eccessivo ombreggiamento fogliare.